Dire che un LLM non pensa è come dire che una calcolatrice non sa fare i numeri?
Dove regge e dove si spezza l'analogia tra LLM e calcolatrice: cosa dicono interpretabilità, chain-of-thought e filosofia della mente su "pensare".
Perché conta
Costruisco e valuto sistemi basati su modelli linguistici, e la domanda "ma questi modelli pensano davvero?" attraversa ogni conversazione seria sul tema: il cliente che deve decidere quanta autonomia dare a un agente, il collega che liquida tutto come autocompletamento, il paper che annuncia capacità emergenti. La risposta che si dà a quella domanda orienta scelte concrete: quanto delegare, come verificare, che vocabolario usare nella documentazione tecnica. Una battuta che circola da tempo comprime l'intera disputa in una frase, e smontarla pezzo per pezzo è il modo più onesto che conosco per arrivare a una posizione difendibile.
La calcolatrice come analogia, e come trappola
"Dire che un LLM non pensa è come dire che una calcolatrice non sa fare i numeri." La frase circola come battuta, e come tutte le battute buone contiene un argomento compresso. Conviene decomprimerlo, perché l'analogia è insieme più solida e più fragile di quanto sembri: capire dove regge e dove si spezza dice qualcosa di importante sui modelli linguistici e, insieme, su chi li giudica.
Prima la calcolatrice. La frase "una calcolatrice non sa fare i numeri" è, in un senso preciso, vera. Una calcolatrice non possiede alcun concetto di numero: commuta stati elettrici secondo regole fissate dal progettista, e nulla nel suo funzionamento assomiglia alla comprensione che un bambino acquisisce quando impara a contare. Eppure la stessa frase, pronunciata davanti a chi sta usando la calcolatrice per la dichiarazione dei redditi, suona assurda. La calcolatrice fa aritmetica: produce risultati corretti, sistematicamente, meglio di qualunque umano. L'assurdità nasce dal fatto che "sapere" viene usato in due sensi diversi, uno costitutivo (possedere comprensione) e uno funzionale (eseguire correttamente la funzione), e la frase è vera nel primo senso e falsa nel secondo.
Chi afferma "un LLM non pensa" compie spesso, senza dichiararlo, la stessa oscillazione. Parte da una premessa difendibile sul piano costitutivo (non c'è evidenza di coscienza, non c'è intenzionalità nel senso forte del termine) e la usa per suggerire una conclusione funzionale molto più ampia: che non ci sia inferenza, né astrazione, né nulla che meriti il vocabolario del ragionare. La battuta della calcolatrice serve a rendere visibile questa mossa. Renderla visibile, però, non significa averla confutata. La controversia, a questo punto, non nasce ancora da una differenza tecnologica: nasce da un'ambiguità linguistica. Il resto dell'articolo serve a stabilire se, sciolta l'ambiguità, resti una questione sostanziale. La risposta, lo anticipo, è sì — ma non quella che le due fazioni si aspettano.
Cosa fa davvero un LLM
Per discutere onestamente bisogna prima delimitare ciò che è noto. E su questo punto la situazione è cambiata sensibilmente rispetto al 2020: il modello linguistico non è più una scatola completamente nera, anche se è lontano dall'essere un algoritmo spiegato.
Il livello base è noto: un LLM è addestrato a predire il token successivo su enormi corpora di testo. Da questa descrizione, corretta ma povera, discende lo slogan "è solo autocompletamento". Lo slogan omette ciò che l'addestramento produce: rappresentazioni distribuite ad alta dimensionalità in cui i concetti sono codificati in modo sovrapposto e composizionale. Queste rappresentazioni sostengono capacità non banali di generalizzazione in contesto: l'interpretabilità meccanicistica ha identificato, già nel 2022 con il lavoro di Olsson e colleghi sugli induction heads, circuiti specifici — meccanismi attenzionali che copiano e completano pattern — causalmente legati all'apprendimento in contesto. Non è un'ipotesi sul comportamento: è un meccanismo localizzato, verificato con interventi causali sul modello.
Sul ragionamento esplicito il quadro è più sfumato, e conviene dirlo con precisione. Wei e colleghi hanno mostrato nel 2022 che indurre il modello a produrre passaggi intermedi (chain-of-thought) migliora sensibilmente le prestazioni su compiti aritmetici, di senso comune e simbolici; Kojima e colleghi hanno mostrato che basta l'istruzione "pensiamo passo per passo", senza esempi, per estrarre capacità latenti. Questi risultati sono solidi come fenomeni comportamentali. Ciò che non dimostrano è che i passaggi verbalizzati siano il meccanismo interno con cui il modello arriva alla risposta. Ed è qui che lo scettico ha oggi la sua arma empirica migliore: una letteratura crescente sulla unfaithfulness del chain-of-thought, aperta dal lavoro di Turpin e colleghi, documenta casi in cui la spiegazione verbalizzata non riflette la computazione che ha effettivamente prodotto la risposta: il modello può arrivare al risultato per una via e raccontarne un'altra. A questo si aggiunge la fragilità del reasoning sotto perturbazioni superficiali: riformulazioni irrilevanti di un problema possono degradare prestazioni che, se fossero sostenute da una competenza astratta e robusta, non dovrebbero risentirne. Chi vuole liquidare il chain-of-thought come teatro linguistico ha quindi dati da citare, non solo intuizioni.
La replica non consiste nel negare questi dati, ma nel collocarli. Il lavoro di Dutta e colleghi sull'interpretabilità meccanicistica del chain-of-thought mostra che il modello impiega percorsi neurali multipli e paralleli per il ragionamento step-by-step: la computazione interna esiste ed è strutturata, anche quando il resoconto verbale è infedele. L'infedeltà del resoconto, del resto, è un fenomeno che la psicologia cognitiva conosce bene negli esseri umani, che confabulano razionalizzazioni a posteriori con notevole disinvoltura. Questo non dimostra che gli LLM ragionino come un umano; dimostra che "la spiegazione verbale è infedele" non equivale a "non c'è computazione sottostante degna di nota".
Infine, l'opacità residua. Il lavoro di Elhage e colleghi sulla superposition spiega perché l'interpretabilità sia difficile: i modelli comprimono più concetti di quante dimensioni abbiano a disposizione, producendo neuroni polisemantici che resistono alla lettura diretta. L'opacità non è magia né mistero: è una proprietà architetturale, con cause note e in parte trattabili. Il bilancio onesto della sezione è questo: oggi alcuni meccanismi interni degli LLM si possono spiegare, ed è documentato; che questi meccanismi costituiscano una forma di ragionamento genuino è plausibile ma conteso; che costituiscano pensiero è una domanda che i dati, da soli, non chiudono. Per capire perché non la chiudono, bisogna cambiare terreno.
Cosa significa "pensare"
Il terreno è quello filosofico, e la prima cosa che si scopre attraversandolo è che il verbo "pensare" non ha una definizione neutrale su cui le parti possano accordarsi prima di guardare i dati. Ogni posizione porta con sé criteri di attribuzione diversi, e quindi verdetti diversi sugli stessi fatti.
Il funzionalismo, nella formulazione che Putnam diede nel 1967, sostiene che gli stati mentali sono definiti dal ruolo causale che occupano — dalle relazioni con gli input, con gli output e con gli altri stati — e non dal substrato che li realizza. Se il dolore è ciò che il dolore fa, allora può essere realizzato in un cervello, in un circuito, in principio in qualunque sistema con l'organizzazione causale giusta. Per un funzionalista coerente, la domanda sugli LLM è empirica: hanno l'organizzazione funzionale del pensiero, oppure no? Il substrato in silicio non è, di per sé, un argomento.
La stanza cinese di Searle (1980) è l'attacco classico a questa impostazione: un uomo che manipola simboli cinesi seguendo regole, senza capire il cinese, produce risposte indistinguibili da quelle di un parlante. Dunque, conclude Searle, la manipolazione sintattica non basta per la comprensione, e nessun programma, in quanto programma, può capire alcunché. È un'obiezione costitutiva, non comportamentale: colpisce l'idea stessa che la funzione esaurisca il mentale. Le repliche sono note — la più forte, la risposta del sistema, osserva che non è l'uomo nella stanza a dover capire, ma il sistema complessivo di cui l'uomo è un componente — e il dibattito, dopo quarantacinque anni, non è chiuso. Che non sia chiuso è precisamente il dato rilevante: se un esperimento mentale del 1980 divide ancora i filosofi, la nozione di comprensione non è matura per fungere da criterio arbitrale.
Chalmers ha introdotto nel dibattito recente una distinzione igienica: la questione della coscienza fenomenica, se ci sia qualcosa che si prova a essere il sistema, è separabile dalla questione delle capacità cognitive. La sua conclusione sugli LLM attuali è probabilistica e cauta: verosimilmente non coscienti, senza che si possa escludere la possibilità per sistemi futuri. La distinzione serve qui in negativo: chi nega il pensiero agli LLM appellandosi all'assenza di coscienza deve prima sostenere che il pensiero richieda coscienza. Tesi rispettabile, ma tutt'altro che ovvia, visto quanto pensiero umano procede senza accompagnamento cosciente.
E poi c'è Wittgenstein, che nelle Ricerche filosofiche (§§359–360) affronta direttamente la domanda "può una macchina pensare?" e la disinnesca: "solo di un essere umano, e di ciò che gli somiglia, si può dire che pensa". Il punto non è una tesi sull'impossibilità metafisica delle macchine pensanti: è l'osservazione che "pensare" appartiene a una grammatica, a una rete di usi, criteri e forme di vita, e che estenderlo o negarlo a entità nuove non è una scoperta sul mondo, ma una decisione sul linguaggio. Millière e Buckner, nella loro rassegna in due parti (prima e seconda), mostrano quanto i dibattiti contemporanei su grounding, composizionalità e modelli del mondo negli LLM ricalchino controversie filosofiche mai risolte: la novità tecnica non ha portato in dote i criteri per giudicarla.
La lezione della sezione non è scettica ma strutturale: chiunque dica "un LLM non pensa" — o "pensa" — sta applicando una teoria del pensiero, anche quando crede di constatare un fatto. E le teorie disponibili divergono esattamente nei punti che servirebbero per decidere il caso.
Dove l'analogia si spezza
Qui l'analogia di partenza va deliberatamente spezzata, perché il suo limite è più istruttivo della sua forza.
Quando si dice che la calcolatrice "fa aritmetica senza saperla", lo si può dire con totale precisione perché l'aritmetica è un dominio completamente formalizzato. Esistono una sintassi esatta delle operazioni, una semantica esatta dei risultati, criteri pubblici e condivisi di correttezza. È noto che cosa la calcolatrice realizza, è noto come lo realizza, ed è noto che il meccanismo esaurisce il compito: nulla di ciò che viene chiamato "calcolare correttamente" resta fuori. Proprio per questo si può isolare con un bisturi ciò che le manca, la comprensione, e constatare che, per la funzione, non serve. La frase sulla calcolatrice è decidibile perché il dominio lo è.
Per il pensiero non esiste nulla di equivalente. Non una definizione condivisa, non una formalizzazione, non un criterio di verifica indipendente dalle teorie in competizione. La sezione precedente lo ha mostrato: funzionalisti, searliani e wittgensteiniani non divergono sui dati, divergono su cosa conterebbe come pensiero. Ne segue che l'enunciato "un LLM non pensa" non può avere lo statuto epistemico dell'enunciato "una calcolatrice non comprende i numeri". Il secondo è una constatazione dentro un dominio formalizzato; il primo pretende la stessa precisione in un dominio che non la possiede. Per sapere che qualcosa non pensa bisognerebbe sapere che cos'è pensare, e nessuno lo sa: né per i modelli né, in ultima analisi, per gli esseri umani.
Ma — ed è essenziale dirlo — questo argomento taglia in entrambe le direzioni. Se l'assenza di una teoria del pensiero rende indecidibile "non pensa", rende indecidibile anche "pensa". Chi usasse la disanalogia solo contro gli scettici, tenendola nel fodero davanti agli entusiasti, praticherebbe un agnosticismo strategico che è un vizio, non una posizione. La conseguenza corretta è simmetrica: nessuna delle due attribuzioni è, allo stato, una constatazione scientifica. Entrambe sono proposte, più o meno motivate, più o meno utili, su come estendere un concetto le cui condizioni di applicazione non sono mai state fissate per casi come questo. La posizione intermedia difesa di recente da Tayyar Madabushi, Torgbi e Bonial, che descrive le capacità degli LLM come estrapolazione guidata dal contesto sui prior dell'addestramento — oltre il pappagallo stocastico, al di qua del ragionamento umano — è preziosa proprio perché rifiuta la finta dicotomia; ma anche il suo vocabolario resta una scelta descrittiva, non un verdetto sull'essenza.
La differenza decisiva, dunque, non passa tra calcolatrici e LLM. Passa tra un dominio formalizzato, dove le attribuzioni di funzione e comprensione si lasciano separare chirurgicamente, e un dominio non formalizzato, dove ogni attribuzione porta con sé una teoria non dichiarata.
Le lacune reali
Nulla di quanto detto autorizza il trionfalismo, e questa sezione serve a impedirlo. Gli LLM attuali hanno limiti profondi, che vanno descritti come proprietà architetturali e non branditi come slogan, in nessuna delle due direzioni.
Un modello linguistico, nella sua forma base, non ha persistenza: ogni conversazione riparte da zero, e ciò che l'interfaccia presenta come memoria è contesto reinserito dall'esterno, non esperienza sedimentata. Non ha agency propria: non forma scopi che sopravvivano alla finestra di contesto, non ha una storia di interazioni col mondo che vincoli le sue disposizioni future. Non ha corpo: il suo rapporto con la realtà è interamente mediato dal testo, il che riporta in forma tecnica l'antico problema del grounding, posto con forza da Bender e Koller: se i simboli che manipola tocchino mai qualcosa che non sia altro testo. Shanahan ha proposto di descrivere il comportamento conversazionale di questi sistemi come role-play: il modello non è un interlocutore con un punto di vista stabile, ma un generatore di personaggi plausibili, e trattarlo come un soggetto unitario è un errore di categoria che l'interfaccia conversazionale incoraggia. La proposta è sana come antidoto all'antropomorfismo ingenuo, anche se rischia, presa alla lettera, di ridurre a teatralità ciò che di funzionalmente reale accade nella computazione.
Questi limiti sono reali e documentati. Ciò che non è dimostrato è che siano costitutivi del pensiero anziché della sua variante umana. La persistenza, il corpo, la continuità biografica: sono tratti del pensiero in quanto tale, o tratti dell'unico esemplare di pensatore finora disponibile? Chi li usa come argomenti definitivi assume la seconda opzione come se fosse la prima: di nuovo, una teoria travestita da constatazione. La formulazione onesta è: gli attuali limiti degli LLM descrivono accuratamente la loro architettura; se descrivano anche l'impossibilità del pensiero, dipende da una definizione di pensiero che nessuno possiede. È anche possibile, ed è una questione aperta da trattare come tale, che alcuni di questi limiti vengano erosi da sviluppi architetturali, e che la domanda si ripresenti allora in condizioni diverse.
Wittgenstein aveva spostato la domanda
Torno alla battuta iniziale, che ora si lascia pesare. Sì, dire che un LLM non pensa somiglia a dire che una calcolatrice non sa fare i numeri: in entrambi i casi un'affermazione vera sulla comprensione viene usata per insinuare una conclusione falsa sulla funzione. Ma la somiglianza finisce dove finisce la formalizzazione: sulla calcolatrice la questione si può chiudere, sugli LLM no. Non perché manchino i dati, ma perché manca la definizione che i dati dovrebbero soddisfare o violare.
Per questo la controversia non sta aspettando l'esperimento decisivo. Non c'è misura, benchmark o risultato di interpretabilità che possa, da solo, promuovere "pensa" o "non pensa" a fatto scientifico, perché la disputa non verte sui fatti: verte su quale grammatica dare a un verbo tarato da sempre su esseri umani e ora premuto contro casi per cui non era stato pensato. Wittgenstein aveva visto giusto: chiedere se una macchina può pensare non è formulare un'ipotesi da verificare, è negoziare un uso. Se un giorno la risposta cambierà, e potrebbe, non sarà soltanto perché saranno cambiati i modelli. Sarà perché sarà cambiato il significato in uso di "pensare", come è già successo altre volte, silenziosamente, quando "memoria" si è estesa ai computer e "intelligenza" ai test.
Nel frattempo, le due scorciatoie restano scorciatoie. "È solo un pappagallo statistico" nega funzioni che sono osservabili e in parte spiegate. "Pensa come un umano" attribuisce ciò che nessun criterio autorizza ad attribuire. La posizione difendibile è quella scomoda nel mezzo: sistemi che realizzano funzioni per cui, in qualunque altro contesto, si userebbe il vocabolario del pensiero, su un substrato radicalmente diverso, con lacune reali, dentro un dibattito concettuale che le macchine hanno riaperto e che solo una decisione sul linguaggio può chiudere — decidendo, non scoprendo, che cosa quella parola debba significare.
Nota di trasparenza: questo articolo è stato co-prodotto con un modello linguistico di grandi dimensioni, attraverso un workflow strutturato di ricerca, stesura e revisione supervisionata. Data la tesi del pezzo, invito chi legge a considerare questa circostanza come materialmente rilevante — in un senso o nell'altro.
Riferimenti
- Bender & Koller (2020), Climbing towards NLU: On Meaning, Form, and Understanding in the Age of Data, ACL 2020.
- Bender, Gebru, McMillan-Major & Shmitchell (2021), On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big?, FAccT 2021.
- Wei et al. (2022), Chain-of-Thought Prompting Elicits Reasoning in Large Language Models.
- Kojima et al. (2022), Large Language Models are Zero-Shot Reasoners.
- Olsson et al. (2022), In-context Learning and Induction Heads, Transformer Circuits Thread.
- Elhage et al. (2022), Toy Models of Superposition, Transformer Circuits Thread.
- Turpin et al. (2023), Language Models Don't Always Say What They Think: Unfaithful Explanations in Chain-of-Thought Prompting, NeurIPS 2023.
- Dutta, Singh, Chakrabarti & Chakraborty (2024), How to Think Step-by-Step: A Mechanistic Understanding of Chain-of-Thought Reasoning.
- Mirzadeh et al. (2024), GSM-Symbolic: Understanding the Limitations of Mathematical Reasoning in Large Language Models.
- Shanahan, McDonell & Reynolds (2023), Role-Play with Large Language Models.
- Chalmers (2023), Could a Large Language Model be Conscious?.
- Millière & Buckner (2024), A Philosophical Introduction to Language Models: Parte I e Parte II.
- Searle (1980), Minds, Brains, and Programs; voce SEP: The Chinese Room Argument.
- Putnam (1967), Psychological Predicates; voce SEP: Functionalism.
- Wittgenstein (1953), Ricerche filosofiche, §§359–360; voce SEP: Ludwig Wittgenstein.
- Tayyar Madabushi, Torgbi & Bonial (2025), Neither Stochastic Parroting nor AGI: LLMs Solve Tasks through Context-Directed Extrapolation from Training Data Priors.
FAQ
Un LLM è solo autocompletamento?
La descrizione "predice il token successivo" è corretta ma povera. L'addestramento produce rappresentazioni distribuite in cui i concetti sono codificati in modo sovrapposto e composizionale, e l'interpretabilità meccanicistica ha identificato circuiti specifici, come gli induction heads, causalmente legati all'apprendimento in contesto. Lo slogan omette esattamente questa parte.
Il chain-of-thought dimostra che un LLM ragiona?
Non da solo. I passaggi intermedi migliorano le prestazioni come fenomeno comportamentale, ma la letteratura sulla unfaithfulness mostra che la spiegazione verbalizzata può non riflettere la computazione che ha prodotto la risposta. Al tempo stesso esistono percorsi neurali strutturati per il ragionamento step-by-step: un resoconto infedele non implica l'assenza di computazione sottostante.
Perché la calcolatrice è un caso diverso da un LLM?
L'aritmetica è un dominio completamente formalizzato, con criteri pubblici di correttezza: la funzione e la comprensione si lasciano separare con precisione. Del pensiero non esiste una definizione condivisa né un criterio di verifica indipendente dalle teorie in competizione, quindi né "pensa" né "non pensa" ha lo statuto di una constatazione scientifica.
Quali limiti hanno gli LLM attuali?
Nella forma base mancano persistenza (ogni conversazione riparte da zero), agency propria (nessuno scopo che sopravviva alla finestra di contesto) e corpo (rapporto con la realtà mediato solo dal testo). Sono proprietà architetturali reali e documentate; che siano costitutive del pensiero, e non della sua variante umana, resta indimostrato.
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